Cerebrofarmaco: strumento di cura o di controllo sociale?

Dal dizionario “Cura: Atteggiamento premuroso e costante verso qlcu. o qlco“. Cura richiama anche cuore.
In quest’ottica, può una sostanza chimica “curare”?
Il cerebro-farmaco (visto che psich- richiama l’anima, Marco Bertali ha coniato questa definizione più calzante, andando il farmaco ad operare sul cervello) viene assunto senza un esame del sangue preventivo, solo sulla base di una diagnosi medica e avendo come riferimento studi in vitro o su animali.
Per l’ansia viene prescritta una benzodiazepina, che va ad incidere sull’acido gammabutirrico, un neurotrasmettitore. Si tratta di un bombardamento a tappeto che riguarda tutto il circuito neurobiologico, agendo in maniera meccanicistica.

La visione generale è:
su base genetica manca la sostanza X –> depressione/ansia –> pillolina.
E il disagio emotivo scatenante dov’è? Che ruolo ha nella terapia? Solitamente, per la psichiatria, non ha importanza.

In realtà, succede nella vita che micro-shock creino degli scompensi chimici, che tenaci e implacabili come una goccia che scava la roccia, ad un certo punto si manifestano, spesso in maniera assordante. Piccoli incidenti, un picco di adrenalina qui, una rabbia contenuta lì… riempiono il vaso di goccia in goccia, finché un giorno il proverbiale vaso trabocca e si ha – ad esempio – un attacco di panico.
Un disagio qui e ora, ma legato ad una storia emozionale che andrebbe esplorata per studiare il sintomo scatenato e scoprire il messaggio di cui è portatore il sintomo stesso.

Le pratiche olistiche (yoga, meditazione…) non sostituiscono lo psicofarmaco, ma si affiancano ad un suo uso (e non abuso!) coadiuvandone gli effettim aiutando ad affrontare il disagio e la dismissione del farmaco stesso tramite un ascolto del sintomo e del messaggio in esso racchiuso.

Invece, il sistema – e qui subentra il concetto di controllo sociale – porta la persona “che si sente giù” a sentirsi sbagliata, a vergognarsi quasi di stare male, di essere in preda al panico o alla depressione, con conseguente vergogna di parlarne.
Il messaggio è: “sei malato, hai bisogno della medicina che ti aiuti a mantenerti allineato e ad essere un bravo lavoratore”. In barba alle proprie sensazioni e desideri. L’ideale sarebbe prendersi del tempo per sé, staccare la spina per un paio di mesi e affrontare il sintomo per guarirlo, dedicandogli l’attenzione che merita. Soprattutto perché, non ascoltato, il sintomo inizia ad alzare la voce, a farsi più pressante. E quindi la posologia del farmaco assunto tendenzialmente aumenta. Ecco l’inizio di un pericoloso circolo vizioso.
D’altronde, il pensiero di stare a casa un paio di mesi dal lavoro è impensabile: e i colleghi? e le pratiche burocratiche? e il senso di colpa?
Il disagio aumenta, l’assunzione di farmaci aumenta.

Statisticamente, è stato rilevato che il 10% della popolazione fa uso di psicofarmaci: siamo di fronte a una società narcotizzata.
Cosa succederebbe se questi 6.000.000 di persone protestassero affermando la rabbiosa verità: STO MALE, NON NE POSSO PIU’ DI QUESTO LAVORO, VOGLIO CAMBIARE MODO DI VIVERE? Sei milioni di ribelli che manifestano la loro rabbia repressa?
Cosa succederebbe?